Pensavo di averti trovata

Sta succedendo troppo spesso

Conosco una e le piaccio

Penso subito al sesso

Poi mi preoccupa e mi taccio

Sparisco qualche giorno

Il tempo di capire che ho sbagliato

Poi non mi vuole più intorno

E mi sento fermo, tutto agitato

E se fosse quella giusta?

E’ un inganno della mente

Una donna che ti frusta

Nel suo cuore non ti sente

Confuso vado avanti

Penso, adesso resto solo

Poi incrocio gambe affascinanti

Mi sento libero, spicco il volo

Lei mi darà attenzioni

Sentiró nuove emozioni

Finalmente l’ho trovata

Ennesima e sterile trombata

Se quando sei solo agli inizi

Corri euforico senza freni

Tu utilizza questi indizi:

Non concederti, cambia schemi

Andata

Ipotizzare colpe altrui è più facile che accettare la realtà

Che cosa vuoi capire, quale mistero vuoi scoprire, cosa c’è di più cristallino?

È andata

Eri il beneficiario delle sue attenzioni, le hai credute false

Lei adorava il sesso selvaggio che le regalavi, ti parlava di libertà. Per te sintomo di poca serietà

Che cosa abbiamo di peggio che le nostre credenze, radicate e rigide

Lei flessibile, accetta il compromesso l’imprecisione, l’errore. Termini incomprensibili. Minacciosi.

Credevi che non fosse abbastanza per te, verificavi il rango sociale, la cultura, l’aspetto fisico ed un altro milione di cose e controlli di qualità che lei doveva superare

Ma vaffanculo amico

Ed ora, che forse hai capito che era molto più adeguata di te, ti dispiace che non c’è. Quant’è frustrante il silenzio eh?

Ma c’è una notizia buona: a poco servirà agitarsi

Chi è vera, pulita, se stessa, libera non potrà con te rimanere nella nebbia e nelle sabbie mobili dell’indecisione

Quindi una sola è la parola chiave che aprirà al sereno:

Andata

Le relazioni e la gente per bene

Ero al ristorante con un amico. Lui sposato, con due bellissime perle frutto dell’amore con una mia altrettanto per bene ventennale amica.

Siamo solo io e l’amico, in una maschia rimpatriata da quarantenni che fanno il punto della situazione.

Non male.

Lavoriamo, discreto successo. Per fortuna il nostro disquisire non è basato sulla ricerca del lavoro, ma di come crescere professionalmente.

E sti grandissimi cazzi, ragazzi. Quando siete a posto lavorativamente sappiatelo riconoscere. A voi stessi prima che agli altri. Consapevolezza scontata, ma che tende ad esser rara

Insomma, che volevo dire…

Non lo so… perché abbiamo fatto un menù di pesce davvero interessante, con vino rosato. Crudo di mare, seppia e scampi. Cozze per uno, io non ne mangio. Cavatelli pugliesi ai frutti di mare, frittura mista, grigliata di orate. E altre cose non so descrivere forse perché non amo particolarmente i dolci.

Il mio amico ha perso il padre. Gliene parlo. In una confidenza che nessuno mi ha concesso, ma che dovevo perché il bene che vuoi alla gente non ha bisogno di permessi, si nutre di accoglienza. Con gli occhi lucidi, lui che fa sempre il duro, quasi scoppia. Beh cazzo è il padre. E mi racconta il suo ultimo momento con lui. In una dolce, compassionevole, vera, indescrivibile lucidità.

Ho fatto la scelta giusta. Io che mi lamento che sono solo, non ho costruito nulla, mi racconto la storia che non funziono. Ma che nel frattempo mi hanno cercato tante persone. E non c’ho voglia di rispondere. Volevo stare col mio amico.

E che mi serva di lezione quando nessuno mi cercherà. Ho preferito un attimo di dolore condiviso, piuttosto che un’orgia di culetti sodi in cerca di un tavolo o peggio ancora un ingresso facile all’entrata selezionata di un locale alla moda, dove io, vecchio quarantenne, sono pass indiscusso.

Buon compleanno

Se fossimo stati piú vicini questa sera con educazione ti avrei chiesto se fossi stata libera, ti avrei chiesto di indossare il vestito piú sexy e i tacchi piú alti. Ti avrei portata a cena, prenotando il tavolo piú riservato. Ti avrei fatto ridere dell’etá che avanza e sono sicuro che, non riuscendo a toglierti gli occhi di dosso, avrei combattuto tutta la sera con una incontenibile erezione che tu avresti immancabilmente scoperto. E una volta soli avrei lasciato che il mio mare agitato invadesse la tua calma, fondendoci in un’unica armonia. Mi sarei fermato solo un secondo per ascoltare la tua voce che si preoccupa per me. E una volta esausti resteremmo semplicemente zitti. Perchè nulla potrebbe spiegare l’estasi raggiunta. Lì, nel giardino zen. Buon compleanno.

Emozioni a vento

Sono giá diversi anni che ci siamo persi.

Sono giá diversi anni che non sto piú bene.

E ricordo la tua cittá, rivederti e il cuore in gola. Avevi sempre le cuffie. Grosse e rosa. Eddai lo so che non le avevi affatto, ma è cosí che ti immaginavo nel mio romantico scenario metropolitano.

E immaginavo pure le note, suonavo armoniche con la mente. Ed erano sempre tonalitá minori.

E ricordo il vento, smuovere i tuoi capelli lisci e lunghi. Ricordo che fantasticavo su quale poteva essere il loro colore naturale. Forse un castano dipinto di vero.

Ricordo che specchiavo il mio battito agitato nella vanitá dei tuoi occhi neri. Non ne distinguevo le pupille. E mi sentivo un protagonista. Quelle emozioni che senti di vivere come se potessi guardarle dall’alto per apprezzare la scena nel suo insieme

E mi chiedo se ti mancavo, se mi riconoscevi. Se anche tu avevi quel bisogno di sentire labbra morbide sulle tue. E scordare che il tempo è un concetto imparato tra i banchi, ma potevamo sconvolgere la convenzione.

Sapevo a memoria i testi di Jim Morrison. Per sapere un pò come si sta in quel luogo dove si incontravano i nostri sogni. Restando zitti. Fidandosi. Nonostante la tua stupida paura dei cani.

Lasciami guarire. La luce non serve. Sentire non serve. Tantomeno toccarsi. Senza sapere bene cosa fare. Ma non me ne frega niente. Tu lasciami guarire.

E forse un giorno ti odierò. O piú semplicemente ci siamo giá. Sono passati diversi anni ormai. E vagamente sento di raccontare una storia come piace a me. Dove la bellezza infinita di dimenticarti diventa esigenza di risentire chi ero.

Risentire la mia tempia scoprirsi al vento che sollevava i miei radi e lunghi capelli che mi ostinavo a non tagliare.

Sono troppi anni che non sto bene. Ma come non vedi che mi sono sempre interessato poco ai tuoi seni. E forse non mi piacevano nemmeno i tuoi fianchi larghi. Però sono riuscito a bere una birra a Parigi. Sulla tomba di Jim. Immaginavo un figlio. Chissá che nome gli avrei dato. Forse Leonida. Lo immaginavo biondo, occhi chiari. Con armatura in bronzo. Fiero.

Fa niente. La vita non mi è andata come la volevo. Ma non mi importa il volere, tanto lo criticherei comunque. Avevo ragione tanti anni fa. Decantando il mio perenne sentire qualcosa di inappagato nel cuore. In riva a questo mare agitato, pensieroso e ventilato.

E adesso seguimi

Vado a mangiare sulla luna, bevo gin tonic giú all’inferno. Incrocio donne, mi sceglie una, ci entro e vedo il fuori dall’interno.

Dopo poco inizio a preoccuparmi. Non devo, sussurro in tutta intimitá. La testa inizio a masturbarmi, tra l’inganno e la veritá

Cerco allarmato spiegazioni, la calma la mia vanitá. Salgo scale armoniche di emozioni, toni di grigio ed opacitá

Contatto il mio supervisore, soluzioni prêt-à-porter. Mi toglie il grigio mette il colore, mi versa vino come un sommelier

E quando daltonico torno sulla terra, ormai convinto del distorto, è proprio lì che che inizia la mia guerra: convincermi d’aver torto.

L’attore spettatore

Guardo spesso film catastrofici, mi immedesimo molto nell’attore protagonista che deve salvare il mondo o salvare se stesso dagli alieni, tsunami, pandemie. Prende decisioni, fa la cosa giusta. Ed ora che mi trovo a vivere il film rimango comunque spettatore. Un attore spettatore. Ma non spettatore fermo, di chi si lascia narrare la vita dagli occhi. O forse sì, aveva ragione De André a raccontarmi certe storie. Preferisco uscire, per situazioni di necessità ovvio. Compro 4 birre ed una bottiglia di Campari. Il rosso fa un po’ Natale mentre qui sta arrivando il sole. Manteniamo inalterato il ritmo veglia sonno, ripetono in TV. Tutti guru sono diventati. Una situazione mai vissuta prima, forse dalla maggioranza della popolazione mondiale. Ma sbucano sempre imbecilli che sanno cosa fare, e tutti a seguire non chi dice la cosa giusta, ma chi sa presentare meglio la propria verità. Forse questo è essere attore protagonista ai giorni nostri. Dire una cosa apparentemente credibile, infiocchettarla e darla in pasto alle masse ipnotizzate. Che si lasciano raccontare la loro vita, amico fragile. Preferisco i miei amici, se devo ascoltare cazzate preferisco da uno di loro. Almeno posso dirgli “oh, cazzo dici”. Quindi ultimamente quando voglio rallegrarmi, videochiamo. C’è sempre un amico che risponde. Tutti con la stessa, bellissima espressione. Contenti di vederci, non importa se in videoconferenza. Abbiamo bisogno di relazionarci. Tutti con lo stesso stupore di vedersi in video, alcuni non sanno che dire. È tutto così nuovo. Sciolto il ghiaccio è uno stare insieme diverso. Non ci si chiede più dove andare a mangiare, dove andare a ballare, dove bere un flute di prosecco. In quale bar fare l’aperitivo mangiando tutti da una stessa ciotola patatine e olive. No. Ora è diverso. Ci si ricorda. Ci si racconta. Ci si apre. Ognuno ti fa entrare in casa sua. È da quando ero bambino che non salivo a casa dei miei amici senza averlo programmato una settimana prima. Quando era normale trovare un letto disfatto, i piatti sporchi nel lavandino, una mamma che ti saluta. Non vedevo da vent’anni alcune mamme di amici che mi hanno visto crescere. E poi ci sono le ragazze. Struccate ma così belle nella loro semplicità, sfoggiano un pigiama con orsacchiotti e cuoricini o una magliettina del Brasile. Ti fanno vedere i loro peluche. Sfornano focacce e crostate. Le sposerei tutte. Rivedere dopo 25 anni il pinocchio di legno sulla mensola della stanzetta del mio amico mentre provo a suonare la chitarra con lui via Skype. E poi renderci conto che siamo diventati grandi, commentando su quel gruppo WhatsApp vecchie fotografie a testimonianza delle puttanate che abbiamo fatto, riderci sopra con un velo di malinconia. E forse questo è il vero pregio di questa situazione del cazzo. Farci sperimentare la primordiale capacità dell’uomo di adattarsi alle situazioni più assurde. Perché è davvero assurdo tutto ciò. Ma non ci importa. Passerà. Come la disperazione di una storia d’amore finita, resa più leggera da quella pacca sulla spalla. Che belli gli amici quando non c’è regia dietro, ma solo l’imperfetta bellezza dello stare insieme. A qualsiasi costo, con qualsiasi mezzo. Semplicemente noi. Perché a volte essere spettatore è anche un po’ essere attore. Ci guardiamo e ci raccontiamo come sarà bello quando ci potremo riabbracciare, immaginando nient’altro che scene di normalità. Non viaggi in medioriente alla riscoperta dell’io perduto. No. Riscoprendo semplicemente la bellezza dell’ovvio. Affinché non ci passi mai più per la testa di darlo per scontato. Grazie ragazzi. Siete i miei attori spettatori preferiti. Tutto andrà bene.

Campare di Sogni

Girovagavo d’estate pensando alla bellezza del non dover festeggiare ricorrenze, di essere single, di essere libero. Chiedere il conto solo a me stesso, pagando spesso anche troppo.
Così sono andato al bar vicino per godermi la mia condizione, ordino un Campari. Questo il mio modo di campare. C’era uno specchio in fondo al banco. Mi son guardato, ho visto il bicchiere. Il riflesso di un uomo solo. Sono diventato triste. Così ho lasciato lì il bicchiere, mezzo pieno. Ho pagato il drink, sono andato via. Ho preso a caso un treno, valicato monti. Ho cambiato amici, cambiato vita. Ho cercato il mare, trovando metropoli. Prendendo un tram, stupito del mio nuovo modo di campare, ho incontrato una donna. Bellissima. Accogliente. Sorridente. È diventata mia moglie.

Poi mi son svegliato.

Che sogni di merda che faccio.

Fammi andare a lavoro, và.

Che di sogni non si campa.

Volta la testa

Ho cominciato a testa alta
Quando piccolo di statura
Portavo tutto alla ribalta
Senza sentirmi una caricatura

Poi dobbiam partire, io mi volto
Saluto i luoghi dove son nato
Dalla classe mi avete tolto
mi sento solo, abbandonato

Ascolto mamma, guardo papà
Figlio mio non ti preoccupare
Qualunque cosa ti accadrà
Su di noi potrai contare

Allora scordo da dove vengo
Tiro un sospiro di sollievo
E penso: adesso mi difendo
Mi accetteranno, sarò un bravo allievo

Quando ti taglian le radici
Non hai più grande appartenenza
Ogni mezz’ora cambi amici
il cuore è liscio, perde aderenza

Poi cresci e ti fai domande
Ti ritrovi a stra-pensare
E la prima a cui togli le mutande
Pensi sia quella da sposare

E allora andate tutti a cagare
Io non ricordo da dove vengo
E se mi volto voglio gridare
sono un eroe, io non mi arrendo

Ciao Zio

Tu la gente non reggevi
E fidandoti di te
Tra la gente ti confondevi
E di amici due o tre

Hai deciso la tua strada
In solitaria hai vissuto
L’hanno giudicata tutta sbagliata
Hai fatto il meglio che hai potuto

Chissà com’è decidere per sé
Ed essere convinti fino in fondo
Che chi è strano non sei te
Isolandoti dal mondo

Questa storia mi è arrivata
Il tuo ricordo ho cancellato
Dicono la morte l’hai sfidata
Ed io i fatti ho trasformato

Ho paura della tua storia
Riletta con i miei schemi
Mi distacco, cerco Gloria
Ma poi in barca tiro i remi

Traviso atteggiamenti
Ammonisco conoscenti
Minacciosi li eleggo
Fino a quando più non reggo

Quando tu te ne sei andato
La mano di mio padre ho cercato
Ma nel suo stanco volto ho scorto
Che ormai son io il suo conforto

Allora la paura ho trasformato
In maschera artigianale
Col lato blu serenità gli ho dato
L’altro la mia trappola infernale

E quando devo risalire
Chiamo il mio supervisore
Ma il mare è nero e va a finire
Che lo attacco con spessore

Pungente, strafottente
Gli restituisco il torto
Che non mi ha fatto, ma si sente
Tutto il suo bene arrivar dal porto

42 anni fa

Nasco a Monza
Vivo Milano
Conosco una stronza
Mi sento gitano

Chi se ne importa (mi dico)
Son laureato
Ho la luna Storta
Faccio un peccato

Le stelle addosso
Son trapassato
Hai rotto il cazzo!
Sembri invecchiato

Che qui si vive
Champagne signori!
Serate estive
Tra fumatori

Se fossi morto
Ti direi che fare
Abbandono il porto
Preferisco amare

Ma per piacere (mi dico)
Datti un tono
Smettila di bere
E salirai sul trono

Forse non ero pronto

Esattamente come te
Faccio lo stupido
Mentre penso che
Forse non ero pronto

Prendo da bere
Faccio il duro
Meglio il muratore
Diretto, abbatte il muro

Ma esattamente come me
Credo tu sia stupida
Mi sembra chiaro che
Forse non eri pronta

Scrivo ci vediamo
Rispondi tardi
Quindi ti chiamo
Mi sento Alberto Sordi

Cammino per strada
C’è una valletta
Un Cavaliere con la spada
Ed io armato di molletta

A volte i sogni
Sai sono strani
Tu ti vergogni
Stringi le mie mani

Non mi capisco
Sembro un po’ tonto
Se mi inibisco
Forse non ero pronto

Quel giorno alla cascata

Alla cascata ti ho conosciuta,
occhiali neri, quasi scura,
Sembravi fragile, in caduta,
Ma a tuo agio in natura

Dopo un mese ad una cena
Tanta gente, tanti posti
Ti ritrovo, sei più serena
Ti voglio accanto a tutti i costi

Condividi cibo, calice di vino
Hai occhi neri, mi parli tanto
Non sento, vieni più vicino
Oh mio Dio, sei un incanto

Ridi in tre tempi, te lo dico
Ridi più forte, muovi le spalle
Labbra belle, fascino antico
Adoro i dettagli, noto anche quelle

Il tuo accento, com’è strano
Mi sorridi, sei tranquilla
Raccontati, dammi la mano
C’è corrente, fa scintilla

Ti offro un cocktail, galantuomo
In discoteca, ma parliamo
Sento il tuo odore, un frastuono
Le tue braccia al collo, ci baciamo

Bianca Casper, andiamo al mare,
Tanti ricci, ce n’è uno maschio
Se ti abbraccio in acqua, non ti turbare
Non affondiamo, non corri rischio

Ora non si può, devi studiare
Lo so, vuoi star serena
Futuro incerto, devi realizzare
Ma avvicinarsi un po’ non è catena

E come quel giorno alla cascata
Se vorrai, senza pretese
Fai con me un pezzo di strada
Improvviso il finale, voglio facce sorprese

Accettare

Daccapo questa situazione
Io continuo a sbagliare
Ma che bella tentazione
Devo compiere il rituale
L’esperienza me lo insegna
Stop! Abbi pazienza!
Se la tua anima s’impegna
Aumenterà la sua capienza
Ma poi mi voglio agitare
Questo controllo ha rotto il cazzo
Io la voglio conquistare
E poi pensare di esser pazzo
Voglio bere un gran Campari
Rosso come il sangue
Poi guidare una Ferrari
Guardarla mentre piange
Con stile indosso un condom
Vivo le mie contraddizioni
Me ne faccio una random
Cedo a tutte le pulsioni
Accettare, mi hanno detto
La via verso l’equilibrio
Cadere, il mio verdetto
Dentro tutto il mio squilibrio