Emozioni a vento

Sono giá diversi anni che ci siamo persi.

Sono giá diversi anni che non sto piú bene.

E ricordo la tua cittá, rivederti e il cuore in gola. Avevi sempre le cuffie. Grosse e rosa. Eddai lo so che non le avevi affatto, ma è cosí che ti immaginavo nel mio romantico scenario metropolitano.

E immaginavo pure le note, suonavo armoniche con la mente. Ed erano sempre tonalitá minori.

E ricordo il vento, smuovere i tuoi capelli lisci e lunghi. Ricordo che fantasticavo su quale potva essere il loro colore naturale. Forse un castano dipinto di vero.

Ricordo che specchiavo il mio battito agitato nella vanitá dei tuoi occhi neri. Non ne distinguevo le pupille. E mi sentivo un protagonista. Quelle emozioni che senti di vivere come se potessi guardarle dall’alto per apprezzare la scena nel suo insieme

E mi chiedo se ti mancavo, se mi riconoscevi. Se anche tu avevi quel bisogno di sentire labbra morbide sulle tue. E scordare che il tempo è un concetto imparato tra i banchi, ma potevamo sconvolgere la convenzione.

Sapevo a memoria i testi di Jim Morrison. Per sapere un pò come si sta in quel luogo dove si incontravano i nostri sogni. Restando zitti. Fidandosi. Nonostante la tua stupida paura dei cani.

Lasciami guarire. La luce non serve. Sentire non serve. Tantomeno toccarsi. Senza sapere bene cosa fare. Ma non me ne frega niente. Tu lasciami guarire.

E forse un giorno ti odierò. O piú semplicemente ci siamo giá. Sono passati diversi anni ormai. E vagamente sento di raccontare una storia come piace a me. Dove la bellezza infinita di dimenticarti diventa esigenza di risentire chi ero.

Risentire la mia tempia scoprirsi al vento che sollevava i miei radi e lunghi capelli che mi ostinavo a non tagliare.

Sono troppi anni che non sto bene. Ma come non vedi che mi sono sempre interessato poco ai tuoi seni. E forse non mi piacevano nemmeno i tuoi fianchi larghi. Però sono riuscito a bere una birra a Parigi. Sulla tomba di Jim. Immaginavo un figlio. Chissá che nome gli avrei dato. Forse Leonida. Lo immaginavo biondo, occhi chiari. Con armatura in bronzo. Fiero.

Fa niente. La vita non mi è andata come la volevo. Ma non mi importa il volere, tanto lo criticherei comunque. Avevo ragione tanti anni fa. Decantando il mio perenne sentire qualcosa di inappagato nel cuore. In riva a questo mare agitato, pensieroso e ventilato.

E adesso seguimi

Vado a mangiare sulla luna, bevo gin tonic giú all’inferno. Incrocio donne, mi sceglie una, ci entro e vedo il fuori dall’interno.

Dopo poco inizio a preoccuparmi. Non devo, sussurro in tutta intimitá. La testa inizio a masturbarmi, tra l’inganno e la veritá

Cerco allarmato spiegazioni, la calma la mia vanitá. Salgo scale armoniche di emozioni, toni di grigio ed opacitá

Contatto il mio supervisore, soluzioni prêt-à-porter. Mi toglie il grigio mette il colore, mi versa vino come un sommelier

E quando daltonico torno sulla terra, ormai convinto del distorto, è proprio lì che che inizia la mia guerra: convincermi d’aver torto.

L’attore spettatore

Guardo spesso film catastrofici, mi immedesimo molto nell’attore protagonista che deve salvare il mondo o salvare se stesso dagli alieni, tsunami, pandemie. Prende decisioni, fa la cosa giusta. Ed ora che mi trovo a vivere il film rimango comunque spettatore. Un attore spettatore. Ma non spettatore fermo, di chi si lascia narrare la vita dagli occhi. O forse sì, aveva ragione De André a raccontarmi certe storie. Preferisco uscire, per situazioni di necessità ovvio. Compro 4 birre ed una bottiglia di Campari. Il rosso fa un po’ Natale mentre qui sta arrivando il sole. Manteniamo inalterato il ritmo veglia sonno, ripetono in TV. Tutti guru sono diventati. Una situazione mai vissuta prima, forse dalla maggioranza della popolazione mondiale. Ma sbucano sempre imbecilli che sanno cosa fare, e tutti a seguire non chi dice la cosa giusta, ma chi sa presentare meglio la propria verità. Forse questo è essere attore protagonista ai giorni nostri. Dire una cosa apparentemente credibile, infiocchettarla e darla in pasto alle masse ipnotizzate. Che si lasciano raccontare la loro vita, amico fragile. Preferisco i miei amici, se devo ascoltare cazzate preferisco da uno di loro. Almeno posso dirgli “oh, cazzo dici”. Quindi ultimamente quando voglio rallegrarmi, videochiamo. C’è sempre un amico che risponde. Tutti con la stessa, bellissima espressione. Contenti di vederci, non importa se in videoconferenza. Abbiamo bisogno di relazionarci. Tutti con lo stesso stupore di vedersi in video, alcuni non sanno che dire. È tutto così nuovo. Sciolto il ghiaccio è uno stare insieme diverso. Non ci si chiede più dove andare a mangiare, dove andare a ballare, dove bere un flute di prosecco. In quale bar fare l’aperitivo mangiando tutti da una stessa ciotola patatine e olive. No. Ora è diverso. Ci si ricorda. Ci si racconta. Ci si apre. Ognuno ti fa entrare in casa sua. È da quando ero bambino che non salivo a casa dei miei amici senza averlo programmato una settimana prima. Quando era normale trovare un letto disfatto, i piatti sporchi nel lavandino, una mamma che ti saluta. Non vedevo da vent’anni alcune mamme di amici che mi hanno visto crescere. E poi ci sono le ragazze. Struccate ma così belle nella loro semplicità, sfoggiano un pigiama con orsacchiotti e cuoricini o una magliettina del Brasile. Ti fanno vedere i loro peluche. Sfornano focacce e crostate. Le sposerei tutte. Rivedere dopo 25 anni il pinocchio di legno sulla mensola della stanzetta del mio amico mentre provo a suonare la chitarra con lui via Skype. E poi renderci conto che siamo diventati grandi, commentando su quel gruppo WhatsApp vecchie fotografie a testimonianza delle puttanate che abbiamo fatto, riderci sopra con un velo di malinconia. E forse questo è il vero pregio di questa situazione del cazzo. Farci sperimentare la primordiale capacità dell’uomo di adattarsi alle situazioni più assurde. Perché è davvero assurdo tutto ciò. Ma non ci importa. Passerà. Come la disperazione di una storia d’amore finita, resa più leggera da quella pacca sulla spalla. Che belli gli amici quando non c’è regia dietro, ma solo l’imperfetta bellezza dello stare insieme. A qualsiasi costo, con qualsiasi mezzo. Semplicemente noi. Perché a volte essere spettatore è anche un po’ essere attore. Ci guardiamo e ci raccontiamo come sarà bello quando ci potremo riabbracciare, immaginando nient’altro che scene di normalità. Non viaggi in medioriente alla riscoperta dell’io perduto. No. Riscoprendo semplicemente la bellezza dell’ovvio. Affinché non ci passi mai più per la testa di darlo per scontato. Grazie ragazzi. Siete i miei attori spettatori preferiti. Tutto andrà bene.

Campare di Sogni

Girovagavo d’estate pensando alla bellezza del non dover festeggiare ricorrenze, di essere single, di essere libero. Chiedere il conto solo a me stesso, pagando spesso anche troppo.
Così sono andato al bar vicino per godermi la mia condizione, ordino un Campari. Questo il mio modo di campare. C’era uno specchio in fondo al banco. Mi son guardato, ho visto il bicchiere. Il riflesso di un uomo solo. Sono diventato triste. Così ho lasciato lì il bicchiere, mezzo pieno. Ho pagato il drink, sono andato via. Ho preso a caso un treno, valicato monti. Ho cambiato amici, cambiato vita. Ho cercato il mare, trovando metropoli. Prendendo un tram, stupito del mio nuovo modo di campare, ho incontrato una donna. Bellissima. Accogliente. Sorridente. È diventata mia moglie. Poi mi son svegliato. Che sogni di merda che faccio. Fammi andare a lavoro, và. Che di sogni non si campa.

Volta la testa

Ho cominciato a testa alta
Quando piccolo di statura
Portavo tutto alla ribalta
Senza sentirmi una caricatura

Poi dobbiam partire, io mi volto
Saluto i luoghi dove son nato
Dalla classe mi avete tolto
mi sento solo, abbandonato

Ascolto mamma, guardo papà
Figlio mio non ti preoccupare
Qualunque cosa ti accadrà
Su di noi potrai contare

Allora scordo da dove vengo
Tiro un sospiro di sollievo
E penso: adesso mi difendo
Mi accetteranno, sarò un bravo allievo

Quando ti taglian le radici
Non hai più grande appartenenza
Ogni mezz’ora cambi amici
il cuore è liscio, perde aderenza

Poi cresci e ti fai domande
Ti ritrovi a stra-pensare
E la prima a cui togli le mutande
Pensi sia quella da sposare

E allora andate tutti a cagare
Io non ricordo da dove vengo
E se mi volto voglio gridare
sono un eroe, io non mi arrendo

Ciao Zio

Tu la gente non reggevi
E fidandoti di te
Tra la gente ti confondevi
E di amici due o tre

Hai deciso la tua strada
In solitaria hai vissuto
L’hanno giudicata tutta sbagliata
Hai fatto il meglio che hai potuto

Chissà com’è decidere per sé
Ed essere convinti fino in fondo
Che chi è strano non sei te
Isolandoti dal mondo

Questa storia mi è arrivata
Il tuo ricordo ho cancellato
Dicono la morte l’hai sfidata
Ed io i fatti ho trasformato

Ho paura della tua storia
Riletta con i miei schemi
Mi distacco, cerco Gloria
Ma poi in barca tiro i remi

Traviso atteggiamenti
Ammonisco conoscenti
Minacciosi li eleggo
Fino a quando più non reggo

Quando tu te ne sei andato
La mano di mio padre ho cercato
Ma nel suo stanco volto ho scorto
Che ormai son io il suo conforto

Allora la paura ho trasformato
In maschera artigianale
Col lato blu serenità gli ho dato
L’altro la mia trappola infernale

E quando devo risalire
Chiamo il mio supervisore
Ma il mare è nero e va a finire
Che lo attacco con spessore

Pungente, strafottente
Gli restituisco il torto
Che non mi ha fatto, ma si sente
Tutto il suo bene arrivar dal porto