Che bello

Inizio la cura forse, ma sto sto decidendo.

Che bello ignorare

Sai tesoro, mi piace scopare con te.

Fin quando non ho avuto la certezza che scopi altri

Che poi lo sapevo, o almeno lo immaginavo.

Però avere la conferma è un’altra storia.

Ti prende una strana forma di pazzia. Quasi ami di più. Perché sai che non eri abbastanza, forse.

O abbastanza figo.

Per dire: Okay. Meraviglioso. Io comunque vado avanti. Ciao. Oppure meglio ancora le dici: ‘Quanto mi piaci, ti capisco. Avrai pur bisogno di qualcuno lì. Quando torni ci vediamo’.

Ma io non sono così moderno. Faccio i conti con il mio ego da piccola fiammiferaia. E non mi rompere i coglioni sennò divento piromane. Non toccare la mia donna, stronzo.

Ma lei non è mia, quindi bene. Le carte cambiano. E tutto mi si ritorce contro.

Dalla ragione vado nel torto. E mi piacciono le ragazze che non trovo spesso in giro. Odio l’inflazione.

Te ti ho vista tre giorni in due mesi. O sei volte in sette mesi. E sono stato bene, carico di erezioni. Che tu hai sempre accolto con grande passione.

Poi … finito. Nulla più. E non mi devo rammaricare mi dicono. Arriverá un altro giro. Dammi un gettone amore. E tu vieni a brindare con me, imbecille. Ma vorrei solo giunga in fretta il giorno in cui sarai ormai fuori dal mio cuore.

Mia madre è un fumetto

Piange con i capelli ricci

Mentre guarda un letto matrimoniale apparecchiato per uno

Mi dice figlio mio perché ti fissi

Suona la porta non aspetta nessuno

Ha caldo mette un foulard sul collo

Lo bagna è umido, ride se la guardo

Sempre arrabbiata, ma è un protocollo

Niente di vero, ha un figlio testardo

Dice che preparo, cosa vuoi mangiare

Un primo, rape, salsiccia o pesce?

Ma è retorica, lei sa già che fare

Vorrei vederla giovane, guardarla mentre esce

Mentre incontra papà, guardarla che sorride

Aggiusta i capelli, finge di andar via

Da sempre è lei quella che decide

Vorrei vederla in Spagna d’estate, in Andalusia

Tutta impacciata che cerca casa

Cerca il suo amore

Senza è come un’ evasa

Cerca pace, silenzio. Cerca candore

Mi arrabbio

Piange

Cribbio

Finge?

No è solo un fumetto

Solo una storia

Il suo cuore tengo stretto

Finché ne avrò memoria

Nara

Dammi aria amore, lasciami respirare. Lasciami essere perché qua stiamo come i miei jeans nel ’97. Stretti.

Quanto sono fortunato nella mia versione ubriaca Nara. Quasi respiro nella mia miopia dell’essere. Filosofia spicciola. Ma forse non serve esser colti.

Serve essere sinceri e sapersi esprimere bene. E forse manco quello. Che qui, amore, vince chi espone la versione approssimativamente migliore di se. Come in una fiera.

Come quando alla fiera del Levante a Bari papà esponeva le sue barche migliori. Quasi un pavone che allargandosi cercava di essere sincero. Era sincero lui, sai?

E non so manco perché piango porca puttana. Vaffanculo sai. Mi fai sentire così nudo. Vero. E non credo che sia positivo, perché ad  esser nudi a volte si fanno guai. Che belli i guai.

Ma non mi distogliere con i tuoi occhi neri. Col tuo sorriso. Con la tua calma. Con i tuoi discorsi splendenti circa le tue paure delle malattie.

Lo so che non sono splendenti le paure. Nessuna lo è. Ma guardati con i miei occhi. E se riesci innamorati di te. Perché sei meravigliosa.

Sei quello che mi manca, sei quello che ho. Sei la distanza, sei la prossimità. So che mi capiresti. Ma non perché ciò che dico è giusto. Perché sei accordata. Quanto adoro suonare uno strumento accordato.

Se solo potessi fermare il tempo. Insegnami ad essere supereroe. Perché qua è tardi, e la gente pensa ai cazzi suoi. Detesto essere definito complicato.

Non sono così semplice, sono così vanitoso.

E tu sei bella. Cristo mandami nell’Apocalisse. Sai anche lei è molto bella. Ma poco c’entra la bellezza. M’interessa più come abbracci.

Come abbracci?

Come baci?

Come godi?

Come dischiudi le dita dei piedi durante un orgasmo?

Non lo so.

E se avessi l’opportunità di saperlo sarebbe l’ultima cosa che vorrei sapere.

Perché sono stupido. Finto colto. Poeta di questo letto marrone.

Mentre questo frigorifero mi ha rotto il cazzo col suo inutile rumore.

Non ho niente dentro, guadagno bene, domani me ne vado a pranzo fuori.

Hai voglia di venire con me?

Non arrossire. Altrimenti m’ innamoro.

E quando succede io fuggo, come il tuo bambino davanti una paura grande..che non sa affrontare. Ma con occhi curiosi l’attraversa. E tu, dolcezza mia, lascialo fare.

Ti prego.

Ok non ci sei

Ciao amore

Almeno mi piace chiamarti così

Anche se è un’altra storia se potessi appellarti così per consuetudine, dato che ti voglio, ma sono troppo stanco stanotte

Ti ho rubato un bacio, hai ricambiato, ti ho fatto vedere il mio letto, sei stata mia.

Ma daccapo questa strana sensazione. Quando poi te ne vai.

Si come quando si parte, ti volti, vedi dal finestrino del treno gli alberi di ulivo scorrere veloce. Ma sei tu che vai veloce, loro sono lì fermi

Quanto vorrei scendere dal treno, e restare. Quanto vorrei che tu fossi qui.

Anzi no, non voglio nulla. Anzi si, forse solo una cosa.

Due, dai.

Un caffè.

E un bacio sulle palpebre.

L’elastico

Tiro troppo la corda sempre
Nella speranza che non si spezzi
Mi piace troppo la tensione
Fino a stremare chi mi ama

Quasi come a fare pagare un conto
Di un pasto mai consumato
Di un vino mai stappato
Un bacio non dato

Fino a capire poi che la vedi diversamente
Tu vedi una corda che si spezza
Un legame che reciso prende altre direzioni
Un fluire altrove

Io ci vedo un elastico
Più lo tiro, più sono lontano, più violentemente mi riavvicineró a te quando sarò finalmente in grado di allentare la presa

Non mollare, non tagliare

Sei caduta, non ti vedo

Ho lasciato la presa e sono da te, potente, consapevole.

Tu una corda tagliata. Io l’elastico.

Non temete

Non temete anche quando sarete stanchi e questi zombies cammineranno per casa in cerca di attenzioni per colmare le loro inadeguatezze.

Papà, come facevi a tollerare tutto? Io non riuscirò mai ad essere come te. Calmo, paziente davi retta a tutti, ascoltavi, eri interessato anche alle puttanate che la gente diceva.

Non posso scordare quando io mi innervosivo a vederti sorridere e ascoltare la gente. Eri incapace di voler male. Che bello papà. Perdonami. Per tutte le volte che ti ho risposto male dall’alto dalla mia bassezza intellettuale.

Sono ancora qui papà. Piango purtroppo. Ti vorrei abbracciare. Vorrei ancora vederti completare la mia giornata lavorativa. Rientro e ti trovo sorridente che mi accogli mettendoti di fianco mentre faccio qualcosa, mai di traverso. Mai. Sempre al fianco. Sempre dicendo che va benissimo.

Ho sbagliato? Mi sento sbagliato? Ma no! Mi dicevi. È tutto ok.

Sapevi che le cose tanto vanno come devono andare. Inutile perdersi in pensieri inutili. Ma sapevi anche che per me è impossibile non pensare troppo. E quindi dicevi che andava comunque bene. Restituendomi serenità.

Perché papà la gente non vuole che si risolvano loro i problemi. La gente vuole serenità. E tu lo sapevi.

Cazzo papà. Arrabbiati con me. Dammi un calcio. Cacciami. Innervosisciti. Neanche quando sei morto ti sei arrabbiato. Mi hai solo abbracciato papino mio.

Insegnandomi anche a morire. Anche se sai che non imparo nulla, perché sono testardo e alla fine farò come dico io. E ti troverò lì. Calmo, sorridente. A braccia aperte. Ad accogliermi come solo tu sai fare.

Essere un bambino

Essere un bambino

li senti gli odori

Un libro, una penna, un diario

L’erba tagliata

L’allergia è arrivata

La nostra infanzia ormai è passata

Quindi Carmen il mio invito lo puoi accettare

Mangiando sushi

Ci si può raccontare

Con la tua gran capacità di arrotondare

La pesantezza

Del viversi e sognare

Poi da ragazzino

Mio padre e la sua mano

Consolava le mie ansie con un bacio

Vedi figlio mio ciò che pensi passerà

Sii sereno, sorridi e dormi piano

Quindi Sere andiamo al pub

Che ci sediamo

Io un’aranciata

Ci distraiamo

Con la tua gran capacità

Di tralasciare

La pesantezza

Di non saper amare

Poi da laureato, dottore proclamato

In aula magna, papà, mi hai abbracciato

Occhi lucidi splendenti

Blu profondo come il mare

Una lacrima, l’orgoglio a sigillare

Quindi Dani questa casa è da abitare

Mangiamo il pesce

O andiamo al mare

Con la tua gran capacità

Di ritardare

Ti trucchi in bagno, guardo il cellulare

Adesso che lavoro, la cravatta e parlo inglese

Dimmi pá, dove ti porto, che vuoi fare

Vado a prenderti il giornale

Vieni con me andiamo a pescare

Prendi il retino, com’è grosso hai un po’ fame

Quindi Tita il suo sorriso non scordare

Andiamo a nuoto

O mi vuoi abbracciare

Con la tua gran capacità

di respirare

A polmoni pieni

Nonostante il male

Che brutta questa tosse, papà che ti succede

Questo dottore

Sembra bravo, ci dirà

Ho paura, ecco la mano

Stringi forte e parla piano

Tutto va bene, cammini, è passato

Quindi Nina andiamo a yoga e ci guardiamo

Quanto sei bella, se vuoi scopiamo

Con la tua gran capacità di assecondare

Le mie stranezze, senza domandare

Guardo questa lapide, piango un grande uomo

Una sedia, un quadro, un filmato

Adesso è ora di andare, papà non puoi restare

Un respiro, una lacrima, un bacio

Figlio mio ma quante donne vuoi incontrare

Scegli la sola che ti sappia amare

Con la tua gran capacità di ascoltare

Anche la morte, lasciati insegnare

Pensavo di averti trovata

Sta succedendo troppo spesso

Conosco una e le piaccio

Penso subito al sesso

Poi mi preoccupa e mi taccio

Sparisco qualche giorno

Il tempo di capire che ho sbagliato

Poi non mi vuole più intorno

E mi sento fermo, tutto agitato

E se fosse quella giusta?

E’ un inganno della mente

Una donna che ti frusta

Nel suo cuore non ti sente

Confuso vado avanti

Penso, adesso resto solo

Poi incrocio gambe affascinanti

Mi sento libero, spicco il volo

Lei mi darà attenzioni

Sentiró nuove emozioni

Finalmente l’ho trovata

Ennesima e sterile trombata

Quando è tutto agli inizi

E corri veloce senza freni

Se senti addosso i suoi giudizi

Sii paziente, passeranno altri treni

Andata

Ipotizzare colpe altrui è più facile che accettare la realtà

Che cosa vuoi capire, quale mistero vuoi scoprire, cosa c’è di più cristallino?

È andata

Eri il beneficiario delle sue attenzioni, le hai credute false

Lei adorava il sesso selvaggio che le regalavi, ti parlava di libertà. Per te sintomo di poca serietà

Che cosa abbiamo di peggio che le nostre credenze, radicate e rigide

Lei flessibile, accetta il compromesso l’imprecisione, l’errore. Termini incomprensibili. Minacciosi.

Credevi che non fosse abbastanza per te, verificavi il rango sociale, la cultura, l’aspetto fisico ed un altro milione di cose e controlli di qualità che lei doveva superare

Ma vaffanculo amico

Ed ora, che forse hai capito che era molto più adeguata di te, ti dispiace che non c’è. Quant’è frustrante il silenzio eh?

Ma c’è una notizia buona: a poco servirà agitarsi

Chi è vera, pulita, se stessa, libera non potrà con te rimanere nella nebbia e nelle sabbie mobili dell’indecisione

Quindi una sola è la parola chiave che aprirà al sereno:

Andata

Le relazioni e la gente per bene

Ero al ristorante con un amico. Lui sposato, con due bellissime perle frutto dell’amore con una mia altrettanto per bene ventennale amica.

Siamo solo io e l’amico, in una maschia rimpatriata da quarantenni che fanno il punto della situazione.

Non male.

Lavoriamo, discreto successo. Per fortuna il nostro disquisire non è basato sulla ricerca del lavoro, ma di come crescere professionalmente.

E sti grandissimi cazzi, ragazzi. Quando siete a posto lavorativamente sappiatelo riconoscere. A voi stessi prima che agli altri. Consapevolezza scontata, ma che tende ad esser rara

Insomma, che volevo dire…

Non lo so… perché abbiamo fatto un menù di pesce davvero interessante, con vino rosato. Crudo di mare, seppia e scampi. Cozze per uno, io non ne mangio. Cavatelli pugliesi ai frutti di mare, frittura mista, grigliata di orate. E altre cose non so descrivere forse perché non amo particolarmente i dolci.

Il mio amico ha perso il padre. Gliene parlo. In una confidenza che nessuno mi ha concesso, ma che dovevo perché il bene che vuoi alla gente non ha bisogno di permessi, si nutre di accoglienza. Con gli occhi lucidi, lui che fa sempre il duro, quasi scoppia. Beh cazzo è il padre. E mi racconta il suo ultimo momento con lui. In una dolce, compassionevole, vera, indescrivibile lucidità.

Ho fatto la scelta giusta. Io che mi lamento che sono solo, non ho costruito nulla, mi racconto la storia che non funziono. Ma che nel frattempo mi hanno cercato tante persone. E non c’ho voglia di rispondere. Volevo stare col mio amico.

E che mi serva di lezione quando nessuno mi cercherà. Ho preferito un attimo di dolore condiviso, piuttosto che un’orgia di culetti sodi in cerca di un tavolo o peggio ancora un ingresso facile all’entrata selezionata di un locale alla moda, dove io, vecchio quarantenne, sono pass indiscusso.

Buon compleanno

Se fossimo stati piú vicini questa sera con educazione ti avrei chiesto se fossi stata libera, ti avrei chiesto di indossare il vestito piú sexy e i tacchi piú alti. Ti avrei portata a cena, prenotando il tavolo piú riservato. Ti avrei fatto ridere dell’etá che avanza e sono sicuro che, non riuscendo a toglierti gli occhi di dosso, avrei combattuto tutta la sera con una incontenibile erezione che tu avresti immancabilmente scoperto. E una volta soli avrei lasciato che il mio mare agitato invadesse la tua calma, fondendoci in un’unica armonia. Mi sarei fermato solo un secondo per ascoltare la tua voce che si preoccupa per me. E una volta esausti resteremmo semplicemente zitti. Perchè nulla potrebbe spiegare l’estasi raggiunta. Lì, nel giardino zen. Buon compleanno.

Emozioni a vento

Sono giá diversi anni che ci siamo persi.

Sono giá diversi anni che non sto piú bene.

E ricordo la tua cittá, rivederti e il cuore in gola. Avevi sempre le cuffie. Grosse e rosa. Eddai lo so che non le avevi affatto, ma è cosí che ti immaginavo nel mio romantico scenario metropolitano.

E immaginavo pure le note, suonavo armoniche con la mente. Ed erano sempre tonalitá minori.

E ricordo il vento, smuovere i tuoi capelli lisci e lunghi. Ricordo che fantasticavo su quale poteva essere il loro colore naturale. Forse un castano dipinto di vero.

Ricordo che specchiavo il mio battito agitato nella vanitá dei tuoi occhi neri. Non ne distinguevo le pupille. E mi sentivo un protagonista. Quelle emozioni che senti di vivere come se potessi guardarle dall’alto per apprezzare la scena nel suo insieme

E mi chiedo se ti mancavo, se mi riconoscevi. Se anche tu avevi quel bisogno di sentire labbra morbide sulle tue. E scordare che il tempo è un concetto imparato tra i banchi, ma potevamo sconvolgere la convenzione.

Sapevo a memoria i testi di Jim Morrison. Per sapere un pò come si sta in quel luogo dove si incontravano i nostri sogni. Restando zitti. Fidandosi. Nonostante la tua stupida paura dei cani.

Lasciami guarire. La luce non serve. Sentire non serve. Tantomeno toccarsi. Senza sapere bene cosa fare. Ma non me ne frega niente. Tu lasciami guarire.

E forse un giorno ti odierò. O piú semplicemente ci siamo giá. Sono passati diversi anni ormai. E vagamente sento di raccontare una storia come piace a me. Dove la bellezza infinita di dimenticarti diventa esigenza di risentire chi ero.

Risentire la mia tempia scoprirsi al vento che sollevava i miei radi e lunghi capelli che mi ostinavo a non tagliare.

Sono troppi anni che non sto bene. Ma come non vedi che mi sono sempre interessato poco ai tuoi seni. E forse non mi piacevano nemmeno i tuoi fianchi larghi. Però sono riuscito a bere una birra a Parigi. Sulla tomba di Jim. Immaginavo un figlio. Chissá che nome gli avrei dato. Forse Leonida. Lo immaginavo biondo, occhi chiari. Con armatura in bronzo. Fiero.

Fa niente. La vita non mi è andata come la volevo. Ma non mi importa il volere, tanto lo criticherei comunque. Avevo ragione tanti anni fa. Decantando il mio perenne sentire qualcosa di inappagato nel cuore. In riva a questo mare agitato, pensieroso e ventilato.

E adesso seguimi

Vado a mangiare sulla luna, bevo gin tonic giú all’inferno. Incrocio donne, mi sceglie una, ci entro e vedo il fuori dall’interno.

Dopo poco inizio a preoccuparmi. Non devo, sussurro in tutta intimitá. La testa inizio a masturbarmi, tra l’inganno e la veritá

Cerco allarmato spiegazioni, la calma la mia vanitá. Salgo scale armoniche di emozioni, toni di grigio ed opacitá

Contatto il mio supervisore, soluzioni prêt-à-porter. Mi toglie il grigio mette il colore, mi versa vino come un sommelier

E quando daltonico torno sulla terra, ormai convinto del distorto, è proprio lì che che inizia la mia guerra: convincermi d’aver torto.

L’attore spettatore

Guardo spesso film catastrofici, mi immedesimo molto nell’attore protagonista che deve salvare il mondo o salvare se stesso dagli alieni, tsunami, pandemie. Prende decisioni, fa la cosa giusta. Ed ora che mi trovo a vivere il film rimango comunque spettatore. Un attore spettatore. Ma non spettatore fermo, di chi si lascia narrare la vita dagli occhi. O forse sì, aveva ragione De André a raccontarmi certe storie. Preferisco uscire, per situazioni di necessità ovvio. Compro 4 birre ed una bottiglia di Campari. Il rosso fa un po’ Natale mentre qui sta arrivando il sole. Manteniamo inalterato il ritmo veglia sonno, ripetono in TV. Tutti guru sono diventati. Una situazione mai vissuta prima, forse dalla maggioranza della popolazione mondiale. Ma sbucano sempre imbecilli che sanno cosa fare, e tutti a seguire non chi dice la cosa giusta, ma chi sa presentare meglio la propria verità. Forse questo è essere attore protagonista ai giorni nostri. Dire una cosa apparentemente credibile, infiocchettarla e darla in pasto alle masse ipnotizzate. Che si lasciano raccontare la loro vita, amico fragile. Preferisco i miei amici, se devo ascoltare cazzate preferisco da uno di loro. Almeno posso dirgli “oh, cazzo dici”. Quindi ultimamente quando voglio rallegrarmi, videochiamo. C’è sempre un amico che risponde. Tutti con la stessa, bellissima espressione. Contenti di vederci, non importa se in videoconferenza. Abbiamo bisogno di relazionarci. Tutti con lo stesso stupore di vedersi in video, alcuni non sanno che dire. È tutto così nuovo. Sciolto il ghiaccio è uno stare insieme diverso. Non ci si chiede più dove andare a mangiare, dove andare a ballare, dove bere un flute di prosecco. In quale bar fare l’aperitivo mangiando tutti da una stessa ciotola patatine e olive. No. Ora è diverso. Ci si ricorda. Ci si racconta. Ci si apre. Ognuno ti fa entrare in casa sua. È da quando ero bambino che non salivo a casa dei miei amici senza averlo programmato una settimana prima. Quando era normale trovare un letto disfatto, i piatti sporchi nel lavandino, una mamma che ti saluta. Non vedevo da vent’anni alcune mamme di amici che mi hanno visto crescere. E poi ci sono le ragazze. Struccate ma così belle nella loro semplicità, sfoggiano un pigiama con orsacchiotti e cuoricini o una magliettina del Brasile. Ti fanno vedere i loro peluche. Sfornano focacce e crostate. Le sposerei tutte. Rivedere dopo 25 anni il pinocchio di legno sulla mensola della stanzetta del mio amico mentre provo a suonare la chitarra con lui via Skype. E poi renderci conto che siamo diventati grandi, commentando su quel gruppo WhatsApp vecchie fotografie a testimonianza delle puttanate che abbiamo fatto, riderci sopra con un velo di malinconia. E forse questo è il vero pregio di questa situazione del cazzo. Farci sperimentare la primordiale capacità dell’uomo di adattarsi alle situazioni più assurde. Perché è davvero assurdo tutto ciò. Ma non ci importa. Passerà. Come la disperazione di una storia d’amore finita, resa più leggera da quella pacca sulla spalla. Che belli gli amici quando non c’è regia dietro, ma solo l’imperfetta bellezza dello stare insieme. A qualsiasi costo, con qualsiasi mezzo. Semplicemente noi. Perché a volte essere spettatore è anche un po’ essere attore. Ci guardiamo e ci raccontiamo come sarà bello quando ci potremo riabbracciare, immaginando nient’altro che scene di normalità. Non viaggi in medioriente alla riscoperta dell’io perduto. No. Riscoprendo semplicemente la bellezza dell’ovvio. Affinché non ci passi mai più per la testa di darlo per scontato. Grazie ragazzi. Siete i miei attori spettatori preferiti. Tutto andrà bene.

Campare di Sogni

Girovagavo d’estate pensando alla bellezza del non dover festeggiare ricorrenze, di essere single, di essere libero. Chiedere il conto solo a me stesso, pagando spesso anche troppo.
Così sono andato al bar vicino per godermi la mia condizione, ordino un Campari. Questo il mio modo di campare. C’era uno specchio in fondo al banco. Mi son guardato, ho visto il bicchiere. Il riflesso di un uomo solo. Sono diventato triste. Così ho lasciato lì il bicchiere, mezzo pieno. Ho pagato il drink, sono andato via. Ho preso a caso un treno, valicato monti. Ho cambiato amici, cambiato vita. Ho cercato il mare, trovando metropoli. Prendendo un tram, stupito del mio nuovo modo di campare, ho incontrato una donna. Bellissima. Accogliente. Sorridente. È diventata mia moglie.

Poi mi son svegliato.

Che sogni di merda che faccio.

Fammi andare a lavoro, và.

Che di sogni non si campa.